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VALEGGIO SUL MINCIO

I nuclei urbani di Valeggio e Borghetto sono sorti attorno a due istituzioni fiscali longobarde fra il VI e il VII secolo d.C. Il Mincio segnava in quel tempo il confine fra i ducati di Verona e Brescia e, a guardia del passo fluviale, sorsero due Curtis Regiæ. Quella bresciana posizionata proprio a lato del guado sulla riva destra; l’altra, quella veronese, eretta alla base del colle, sul lato occidentale dell’attuale piazza San Rocco. La cosa notevole è che Valeggio si è sviluppato su una grande necropoli di origine celtica, usata dal V secolo a.C. al IV secolo d.C. Reperti affiorati casualmente nel corso degli anni, durante lavori agricoli o edili, e delle campagne di scavo curate dalla Soprintendenza archeologica veronese, negli anni ottanta del secolo scorso, hanno confermato l’eccezionale importanza storica del nostro territorio.
Ma i primi insediamenti umani nella Valle del Mincio risalgono a circa trentacinque secoli fa, durante l’Età del Bronzo. Esistevano almeno due villaggi palafitticoli, uno di questi è stato investigato scientificamente e, seppure l’area scavata non abbia superato l’11% di quella totale, sono stati recuperati più di sedicimila reperti.
Anche la romanizzazione delle nostre aree ha lasciato dei segni nell’epigrafia latina ritrovata nella necropoli. Uno dei testi più toccanti è quello che ci ha tramandato le nobili parole del liberto Ottavio: CERCAI SEMPRE DI GUADAGNARE E NON CESSAI DI PERDERE (LA VITA) – ORA SONO LIBERO DALL’UNA E DALL’ALTRA COSA – LA FOGLIA CADUTA UN SOFFIA LA FA ROTOLARE VIA – QUI IN QUESTO LUOGO PREPARATO A TAL FINE HANNO RIPOSO LE MIE OSSA E TUTTO QUELL’AFFANNO CHE MI TRAVAGLIÒ DA GIOVANE – NON SO CHE COSA SONO – NON SO CHE COSA SONO STATO – RESTA UN PICCOLO CONFORTO AL MIO DESTINO – VIVRÀ QUALCUNO PER LODARMI GODENDO DI QUELLO CHE HO LASCIATO DA VIVO – VIVETE FELICI VOI PER I QUALI VIVE PIÙ DI ME LA FORTUNA.
In epoca alto medievale, le ripetute invasioni degli ungari, obbligarono le nostre popolazioni a erigere dei luoghi fortificati per trovare un sicuro rifugio. Nacque così il primo castello di Valeggio.

IL CASTELLO SCALIGERO

Quest’imponente fortificazione, che domina l’abitato di Valeggio e la Valle del Mincio, mantiene, nonostante il trascorrere dei secoli e le incurie dell’uomo, tutto il fascino dei manieri medievali. Edificata su costruzioni più antiche, fu ristrutturata completamente dagli Scaligeri, signori di Verona, nel corso del XIV secolo.

Nell’ambito dell’imponente opera difensiva dei confini sud-occidentali veronesi, furono edificati i castelli di Borghetto, quello di Valeggio, quello della Gherla e quello di Villafranca, unendoli con la cortina murata e turrita del Serraglio, lunga quasi 13 km, protetta da un fossato parzialmente irrigato dalle acque del fiume Tione.
Sul nostro castello spicca fra le torri a sezione quadra scaligera, una più antica con sezione a U detta Torre Tonda. Questa strana torre sembra legata alla storia templare, poiché non ha riscontri nell’edilizia militare coeva del settentrione italiano ed evidenzia uno stile architettonico vicino a quello delle fortificazioni crociate di Terrasanta. La presenza in Borghetto di un’importante precettoria templare nel secolo XIII, può spiegarne la tipologia
e permette di ipotizzare l’esistenza di un progetto, rimasto incompiuto, di elevare su fabbriche più antiche una struttura difensiva ispirata da qualcuno che aveva visto e conosciuto i castelli della Siria e della Palestina. Oltre a questa torre, dovevano esisterne delle altre, ma i rifacimenti scaligeri hanno mutato profondamente il nostro castello. In area lombarda ci sono altri esempi di torri medievali con sezioni simili, ma l’unicità della nostra è evidenziata dalla sua parte sommitale, dal percorso di guardia coperto in muratura con volte a botte. Quest’accorgimento era usato nelle roccaforti d’Oltremare a scopo difensivo contro i micidiali colpi delle falariche musulmane (grossi dardi incendiari che venivano lanciati da apposite macchine da guerra). Anche ciò che resta delle possenti merlature guelfe evidenzia forme non compatibili con quelle in uso localmente e presenti in altre parti
del nostro castello; sotto le merlature restano i fori quadri dov’erano infisse le travi che sorreggevano le bertesche lignee che ricoprivano le merlature. Il marciapiede del percorso di ronda era coperto da lastre di marmo rosso Verona, protetto da ringhiere. Nelle parte inferiore della struttura si aprivano feritoie che nel nome spiegano l’uso: balestriere.
La ristrutturazione scaligera divise il nostro castello in due parti ben distinte: attorno alla Torre tonda fu costruita la cosiddetta Rocca, la parte più munita e difesa e l’unica oggi visitabile; verso sud, venne realizzata un’ampia cinta muraria, a pianta rettangolare, rafforzata con torresini perimetrali scudati detta il Castello, nella quale la stessa
popolazione civile con il proprio bestiame, poteva trovare rifugio in caso di necessità. Tre porte con rivellini e ponti levatoi permettevano l’accesso ai due settori del maniero divisi da un fossato secco. Di queste porte una sola è ancora visibile, la porta di Castello sul lato verso Valeggio. Nella Rocca furono eretti gli acquartieramenti militari e forse un Cassero o edificio di residenza; fu scavata un’ampia cisterna con pozzo centrale per raccogliere l’acqua piovana destinata a soddisfare le necessità della guarnigione e degli animali; fu innalzato anche il Mastio, a cui si poteva accedere solo tramite una passerella mobile che veniva calata sul camminamento di ronda, posto sull’alta cortina merlata che chiudeva a meridione il cortile della Rocca. La possente torre del Mastio, alta trenta metri, a sezione quadrata con lato di sette metri, non venne eretta parallela alla cinta muraria, ma formante con essa un angolo acuto, questo per renderla a tutti gli effetti inespugnabile, accorgimento usato anche per il mastio del castello di Sirmione. Questa e le altre torri avevano nelle loro fondamenta delle cisterne che fungevano da pozzi neri. In passato qualcuno ha ipotizzato che il mastio sia stato eretto dal Visconti, ma la tecnica costruttiva, le dimensioni e le forme del tutto simili a quelli dei castelli di Sirmione, Lazise e alla torre campanaria crollata nel 1977 di Valeggio, confermano la sua origine scaligera. Dal castello di Valeggio lo sguardo spazia a oriente verso la pianura veneta, a occidente verso le colline lombarde e a nord verso l’arco alpino. Dai sui spalti si gode un’ampia visione della verde Valle del Mincio, di Borghetto e del Ponte Visconteo.

IL PONTE FORTIFICATO VISCONTEO

Antonio della Scala, ultimo signore di Verona, governò malamente la città per qualche anno fino a quando fu costretto a una precipitosa fuga in barca lungo l’Adige, nella notte fra il 17 e il 18 ottobre 1387, quando le milizie di Gian Galeazzo Visconti, duca di Milano, forzandone le difese presero possesso di Verona. L’epoca viscontea ha significato per Valeggio la costruzione del suo monumento più imponente, il Ponte Visconteo o Pontelongo come viene chiamato localmente. I lavori veri e propri iniziarono, con largo dispendio di uomini e di mezzi, la mattina di lunedì 14 aprile 1393. La progettazione della grande opera risaliva all’anno precedente, ma l’ideazione partiva da lontano. Fra la fine degli anni ottanta e l’inizio degli anni novanta del Trecento, Gian Galeazzo Visconti (1347-1402) aveva realizzato sul territorio veronese alcune opere che possono far comprendere il suo disegno strategico. Una prima fossa fu realizzata per collegare il torrente Tramigna, che scorreva sotto le mura del possente castello scaligero di Soave, al fiume Adige. Un secondo canale fu scavato presso il bastione della Crosetta, vicino alla roccaforte di Legnago, per unire le acque dell’Adige con quelle del Tartaro. Tutto questo, aggiunto alla primitiva volontà del Visconti di deviare parzialmente le acque del Mincio nei fossati scaligeri e quindi nel Tione, rende chiaro il disegno di difendere Verona da ogni possibile attacco nemico, proteggendo nel contempo le vitali comunicazioni sia del Settentrione italiano, sia quelle europee che percorrevano la val d’Adige. Quindi, il lago di
Garda, il Mincio, il Tione, il Tartaro, l’Adige, il Tramigna e i canali artificiali di collegamento, formavano un invalicabile baluardo lunga più di cento chilometri attorno a Verona.
Quest’opera non fu mai completata per gli insuperabili problemi idraulici che presentò la deviazione del Mincio. Nella primavera del 1393, il Visconti si accingeva a saldare l’ultimo anello della catena di apprestamenti difensivi precedentemente descritti. Originariamente si voleva allagare il tratto asciutto del fossato del Serraglio, fra Valeggio e la Gherla, mediante uno sbarramento che avrebbe permesso il sollevamento delle acque del Mincio e il loro deflusso nel nuovo alveo. L’ostacolo insormontabile incontrato da coloro che lavorarono alla grande impresa, fu l’enorme quantità di sterro necessario per abbassare al giusto livello, la fossa scaligera lunga circa sei chilometri, per consentire alle acque deviate di confluire nel fiume Tione. Nonostante la disponibilità d’ingenti mezzi finanziari e di moltissima manodopera, il cantiere venne ridimensionato e così accadde che durante i lavori si verificò un cambiamento nella destinazione d’uso del gigantesco manufatto di Borghetto: da Ponte-diga in Ponte-fortezza.
Lungo più di 650 mt, largo mediamente 25 mt e con il piano stradale innalzato di 9 mt dal livello del fiume, aveva quattro gallerie con soffitto a tutto sesto che potevano sopportare anche le piene più forti. La struttura fu raccordata al castello e, quindi al Serraglio, da due cortine merlate che risalivano i fianchi del colle. Il complesso delle nostre fortificazioni divenne così un esempio irripetibile dell’architettura militare europea del XIV secolo.
Questo ponte ebbe un’importanza militare di breve durata, la morte di Gian Galeazzo Visconti nel 1402, l’arrivo dei veneziani e l’affermarsi delle artiglierie nel XV secolo, decretarono la lenta caduta in rovina del monumento. Distrutte le arcate sul fiume all’inizio del XVII secolo, il terrapieno del ponte fu trasformato in terreno coltivato fino al 1930, quando per iniziativa del Comune di Valeggio, i due tronconi furono riuniti da una struttura metallica e ne fu ripristinata la viabilità come ancora oggi possiamo vedere.

BORGHETTO

Questo piccolo villaggio, caratterizzato dalle fortificazioni medievali e dai mulini, rappresenta un unicum urbanistico edificato in simbiosi con il fiume. Fra i secoli XI e il XII, nei pressi della riva sinistra del Mincio, fu edificato il piccolo monastero di Santa Maria. Il complesso monastico, una chiesetta e qualche altro edificio, svolgeva funzioni di xenodochio e nel 1136 era retto da monaci benedettini obbedienti al monastero di san Prospero di Reggio Emilia. Nel secolo XIII, i Cavalieri Templari, vi eressero una loro Precettoria per l’assistenza dei crescenti flussi di pellegrini. Così la dedicazione divenne santa Maria della Mason o del Tempio. Dopo la soppressione dell’ordine templare, nel 1312 il cenobio passò in proprietà ai Cavalieri di Malta, poi ai benedettini dell’abbazia di san Zeno in Verona e, quindi, agli scaligeri che lo racchiusero dentro le mura del castello, caposaldo occidentale della linea difensiva del Serraglio. Furono costruite alte mura merlate e turrite, circondate da un fossato, due ponti levatoi permettevano da una parte l’accesso al fortilizio e, dall’altra, il collegamento con un primitivo ponte ligneo che permetteva di raggiungere l’altra riva. La successiva costruzione del Ponte visconteo,
sconvolse la topografia locale, sbarrò per sempre il fiume alla navigazione e ne modificò il corso. La lunga dominazione veneziana (1405-1796) vide Borghetto perdere lentamente la sua funzione di presidio militare per trasformarsi in un importante centro molitorio. La Valle del Mincio divenne molto contesa dalle famiglie patrizie veronesi che si contesero i diritti di erigere molti mulini a ruota che garantivano alti redditi. Oltre a queste attività per secoli fu fiorente lo sfruttamento della pesca, praticato con il sistema delle peschiere fisse. Sia la molitura sia la pesca sono tramontate nel corso del secolo XX, quando nuove prospettive economiche si sono concretizzate nel turismo.

VILLA MAFFEI SIGURTÀ

Il 12 luglio 1649, il doge di Venezia Francesco Molin, investiva ufficialmente i fratelli Alvise e Carlo Mafie dei feudi di Valeggio e Monzambano, elevandoli alla dignità di conti, con possibilità di tramettere possedimenti e onori ai loro discendenti maschi in perpetuo.
Gli investimenti economici dei veronesi Maffei, iniziarono nel Vicariato di Valeggio sul finire del secolo XV e furono indirizzati prevalentemente all’acquisizione e alla costruzione di mulini lungo il corso del Mincio. Accorpando al loro già cospicuo patrimonio, quello ereditato dai Guarienti, nel corso del Seicento divennero la famiglia più potente del nostro comprensorio e la testimonianza tangibile di questo successo politico ed economico fu la costruzione della Villa che ancora oggi possiamo ammirare.
La progettazione della sontuosa dimora venne affidata all’architetto veronese Vincenzo Pellesina (1637-1700); il quale, memore della grande lezione palladiana, compì l’opera nel pieno della sua maturità sottolineando il passaggio stilistico fra il barocco e il neoclassico.
Il ciclo di affreschi interni fu eseguito dal pittore di origine trentina Biagio Falcieri (1628-1703). Nel timpano della facciata si può leggere in latino la seguente iscrizione:
GRAZIE ALLE FORTUNE LASCIATE DA CARLO MAFFEI, PER DIRITTO DI PRIMOGENITURA CONTE DI VALEGGIO E MONZAMBANO, NONCHÈ GOVERNATORE DELLA CITTÀ DI VERONA E DELLA PROVINCIA, IL FRATELLO ANTONIO, ARCIPRETE DELLA CHIESA VERONESE, ERESSE QUESTA DIMORA EPOSE QUESTA NOBILE MEMORIA NELL’ANNO 1693, ALL’ETÀ SUA DI ANNI 73.
Don Antonio Maffei non poté godere per molto gli otia valeggiani poiché si spense nel 1708. La proprietà rimase ai Maffei fino all’inizio dell’Ottocento quando l’ultima discendente andò in sposa al conte Nuvoloni portandogli in dote la Villa e le sue pertinenze. Dopo altri passaggi di proprietà il complesso fu acquistato, negli anni quaranta
del Novecento, dall’industriale farmaceutico dott. Carlo Sigurtà, originario di Castiglione delle Stiviere; Il quale, dopo anni di appassionato lavoro, ha trasformato l’antico Brolo di circa 50 ettari, in una delle realtà botaniche e paesaggistiche più belle d’Europa, nota anche a livello mondiale.

PALAZZO GUARIENTI

Nel centro storico di Valeggio, nella vecchia Contrada di San Zeno di Crosagna, si trova il palazzo che fu la residenza estiva dei marchesi Guarienti di Verona. Costruito forse su fabbriche più antiche, l’imponente edificio venne progettato da uno dei meno noti architetti veronesi del Settecento: Piero Ceroni (1737-1802). Di lui si conoscono pochissime realizzazioni e ancor meno della biografia. Il suo più importante progetto fu il duomo di
Villafranca, copia più piccola della celebre chiesa palladiana del Redentore di Venezia, cui lavorò dal 1786 al 1796, completando le fondamenta e il terrapieno. Qualche anno prima, fra il 1770 e il 1775, Ceroni fu impegnato nella costruzione di questo palazzo, contrassegnato dalle rigorose linee neoclassiche, espressione di solidità e severità più che di eleganza. Palazzo Guarienti è sempre stato al centro delle vicende storiche locali. Qui, il 31 maggio 1796, il generale Napoleone Bonaparte ricevette il colonnello veneto Jacopo Giusti, latore di una lettera del Provveditore straordinario Nicolò Foscarini, inviato a Verona dalla Dominante preoccupata per quanto stava succedendo ai suoi confini occidentali. Nel salone al piano nobile di palazzo Guarienti, il colonnello incontrò il piccolo e spietato comandante francese che a quel tempo non aveva ancora compiuto ventisette anni.
Napoleone, dopo aver dato una distratta occhiata alla missiva, si scagliò contro il messaggero accusando Venezia di complicità con gli austriaci, di essere venuta meno alla sua dichiarata neutralità e di aver dato asilo al fratello minore del decapitato re Luigi XVI, il conte di Provenza — futuro re Luigi XVIII (1755-1824) — che il generale chiamò con disprezzo le roi de Verone, per il suo soggiorno nella città scaligera. Continuando a imprecare e non lasciando possibilità alcuna di replica al Giusti, Napoleone proclamò il suo diritto d’invadere le terre venete per inseguire il nemico. Infine, licenziò bruscamente il colonnello che ritornò a Verona per informare i suoi superiori. Con questo incontro scontro, Napoleone pose le basi, proprio in palazzo Guarienti, della definitiva cessazione della
sovranità della Serenissima. Dopo quasi quattro secoli di dominio le insegne di San Marco vennero ammainate dalle nostre torri e nascoste nelle chiese; ormai, ovunque sventolava il tricolore rivoluzionario francese. Anche durante il Risorgimento, il palazzo fu sede di vari quartieri generali. Durante il ventennio fascista, fu acquistato dal Comune di Valeggio e trasformato in Casa del Fascio. Dopo il secondo conflitto mondiale, divenne sede della scuola di avviamento professionale ad indirizzo agricolo e poi della scuola media, di uffici e dell’ambulatorio dell’ufficiale sanitario. Restaurato una prima volta alla metà degli anni ottanta del Novecento, fra breve sarà riaperto al pubblico, dopo un ulteriore periodo di ristrutturazione e ammodernamento, per divenire sede di associazioni, della biblioteca
comunale, della sala civica, ecc.

CHIESA PARROCCHIALE DI SAN PIETRO IN CATTEDRA

La costruzione della chiesa parrocchiale di Valeggio iniziò, preliminarmente, con l’abbattimento di quella barocca preesistente. La solenne posa della prima pietra avvenne sabato 15 marzo 1760. I lavori continuarono, tranne un’interruzione fra il 1769 e il 1771, fino al 1782 quando il sacro edifico fu completato. Solo la facciata rimase incompiuta per la mancanza di fondi che impedì alla fabbriceria di completare il progetto disegnato dall’architetto veronese Adriano Cristofoli (1717-1788). Le drammatiche vicende della caduta della Repubblica veneta e le campagne napoleoniche, culminate nel tragico sacco del paese nel Natale del 1800, procrastinarono la consacrazione del nuovo tempio al 15 ottobre 1808. Recenti ritrovamenti cartografici hanno permesso di verificare che l’attuale chiesa è sorta dl luogo della precedente ma con un diverso orientamento dell’asse longitudinale. Sotto quest’edificio devono trovarsi i resti di quello barocco e di quello originario romanico citato in una bolla pontificia nel 1145. La chiesa attuale sviluppa tematiche stilistiche neoclassiche su una pianta a croce latina, con l’abside rivolto naturalmente a oriente. La grande navata unica, che quasi annulla il limitato transetto, convoglia gli sguardi verso un impianto scenico-architettonico di alte colonne, che esalta la solennità del presbiterio; Imponente, dietro l’altare maggiore, la grande pala che celebra il primato di Pietro, opera di S. Della Rosa (1743-1821). Il coro absidale è arricchito da un semicerchio di stalli lignei del 1808. Su una cantoria, che sovrasta il transetto in cornu
Evangelii, si eleva il monumentale organo costruito da G. B. Sona del 1812, da poco restaurato e restituito alla sua piena funzionalità. Un grande affresco di G. Prendaglio (1745-1809) domina la parete sopra la porta d’ingresso. Lungo la navata vi sono numerose tele della scuola veronese di Giambettino Cignaroli (1706-1772). Le cappelle
laterali sono dedicate a san Martino, al Sacro Cuore e, sull’altro lato, all’Immacolata e a san Giorgio che è anche il patrono del Comune. Nella cappella delle confessioni, a latere del presbiterio, è conservata un’antica ancona di pietra, in stile gotico e un tempo policroma, raffigurante san Pietro in Cattedra fiancheggiato da due cavalieri che
potrebbero essere i santi veronesi Fermo e Rustico. Una breve citazione merita la cinquecentesca cappella del Santissimo Sacramento che si eleva nella piazzetta della chiesa, al cui interno è conservata una pregevole tela dedicata alla Madonna del Rosario, dipinta sul finire del Cinquecento per celebrare la vittoria della flotta della Lega Santa contro le navi ottomane nella battaglia di Lepanto del 7 ottobre 1571. Fino al 1977, a fianco della parrocchiale, esisteva una vecchia torre scaligera trasformata in campanile nel secolo XVII e sopraelevata con una cella campanaria sul finire del secolo XIX. La torre era posta a difesa della principale porta d’accesso a Valeggio. A ricordo di questa costruzione, nel trentesimo anniversario del crollo, è stata posta attorno ai ruderi una moderna struttura d’acciaio che sorregge il vecchio concerto campanario.

CESARE FARINELLI, Storico valeggiano

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