Villa Gandini Zamboni: una storia d’amore e di resilienza

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Un paese vuol dire non essere mai soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti. Cesare Pavese

Esiste un paese speciale, non perché sia la mia città, ma perché veramente ricco e particolare. Valeggio sul Mincio è una terra di confine e di passaggio tra il veronese e il mantovano, dove sono transitati un po’ tutti: tra i più famosi cito solo il poeta Virgilio, e il distruttore Attila, fermato proprio qui dal papa Leone X. Poi tutti gli eserciti con i loro imperatori, re e condottieri seguiti da spargimento di sangue, distruzione e orrore.

Eppure, proprio a pochi chilometri da qui, è nata l’idea che portò alla nascita della Croce Rossa.

Il nostro territorio è conosciuto sia per la sua gastronomia sia perché, proprio per il suo carattere di luogo di transito, ha sviluppato il suo particolare carattere di ospitalità e di accoglienza.

Un paese, con il suo fiume e le sue colline, un paese gentile anche nella morfologia. Un paese amato dagli dei e abitato dalle ninfe.

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Incastonata nel fianco del colle sovrastato dall’antico castello costruito dagli scaligeri, c’è villa Gandini Zamboni, seminascosta tra il verde di giardini terrazzati: dimora aristocratica nel Settecento è passata in seguito ad accogliere una famiglia della ricca borghesia veronese per poi essere trasformata in un asilo. Adesso si trova in uno stato di devastante e malinconico abbandono.

Non si può capire quello che rappresenta villa Gandini Zamboni se non la si lega al suo territorio e alla sua gente.

Non si può capire quanto sia importante salvarla se non si capisce quanto questo luogo privilegiato e ricco in natura, arte e storia rischi, per opera di pochi uomini, di perdere ogni traccia di poesia e bellezza.

Ecco che villa Gandini Zamboni per noi assume il carattere di un baluardo: la nostra rocca da dove difendere e mantenere un paese dove vogliamo restare e tornare, perché qui ci sono radici e rami che ci appartengono e che devono continuare il loro sviluppo armonico e naturale.

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Villa Gandini Zamboni. Una villa speciale

Di solito, le ville storiche hanno un doppio nome, quello dei primi e degli ultimi abitanti conosciuti, così da fornire ben chiaro il quadro storico.  La nostra villa invece, per volontà precisa e fortemente affermata dell’ultimo proprietario, Giuseppe Zamboni, mantiene anche il nome della mamma di quest’ultimo, Giuseppina Gandini, morta giovanissima e evidentemente da lui molto rimpianta.

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Non è un particolare irrilevante: tutta la storia della villa fin dal suo nascere s’intreccia con affetti e legami familiari permeati di grande tenerezza, per finire con una storia d’amore struggente che ancora oggi commuove i nostri concittadini.

Elide e Giuseppe Quello che conosciamo della relazione tra Elide e Giuseppe lo dobbiamo al testamento di quest’ultimo: non solo il nostro benefattore lascia la villa ai valeggiani e dispone con cura dei suoi averi, ma nelle sue ultime volontà, esprime tutta la sua preoccupazione nel lasciare l’amata Elide che, nel suo scritto, appare fragile e sensibile. D’altronde, la situazione dei due era molto delicata e scandalosa per l’epoca: sposati entrambi, lasciarono i rispettivi coniugi per vivere assieme proprio a villa Zamboni che divenne il loro rifugio dopo che, proprio per il loro amore, furono costretti a un isolamento per l’allontanamento di parenti e amici.

Ora, per le precise disposizioni di Giuseppe Zamboni, accettate dalla sua Elide, riposano accanto in due semplici colombari nel cimitero monumentale di Verona, abbandonando anche dopo la vita terrena la convivenza con i parenti nelle tombe di famiglia, per rimanere assieme, soli e uniti.

Un giorno forse riusciremo a raccontare come si deve questa bellissima storia d’amore, che, con tutta probabilità, ha influito nella scelta di rendere propri eredi i cittadini di Valeggio e, in particolare, i bambini e le loro mamme.

Non solo, fin dal suo nascere la villa è stata destinata ai più deboli. I primi proprietari, i conti Bernardi, la destinarono alla Congregazione dei Fatebenefratelli per la cura dei più poveri, mentre Giuseppe Zamboni la destinò soprattutto ai bambini di Valeggio e alle loro mamme. Proprio riguardo al lascito di quest’ultimo proprietario, negli anni Settanta dello scorso secolo, la villa fu trasformata in asilo statale che accolse i bambini di Valeggio fino ai primi anni del Duemila: generazioni di valeggiani sono passate da qui e tutti conservano un ricordo indelebile e ricco di sentimento per il tempo trascorso tra il verde degli alberi, le grosse e solide mura della villa e il castello che la domina, rassicurante, dall’alto.

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Villa Gandini Zamboni. Resilienza e prospettive di un futuro

Ho condiviso qualche suggestione dal carattere intimo e narrativo perché la villa non è fatta solo di sassi, ma di vite già vissute, coinvolgenti, splendide che sono entrate a far parte della nostra Storia di Paese.

Vorremmo che la Vita continuasse nel suo interno come la normale prosecuzione di una storia di cui siamo partecipi, che non fosse spezzato e perduto questo album di famiglia che ci appartiene e ci fa sentire orgogliosi di esserne parte vitale.

Come associazione culturale, dal 2009 abbiamo cominciato ad occuparci della villa coinvolgendo architetti in un concorso nazionale e gli studenti del Politecnico Polo di Mantova per un rilievo. Abbiamo organizzato guide per i cittadini che volessero conoscere meglio la villa e la sua storia, mostre, concerti, laboratori. Abbiamo pulito e piantato fiori.

Tutto ciò fino a che ci è stato impedito di entrare, di avvicinarci anche solo alle facciate della vecchia casa malata cui era consentito però di accedere ad altri gruppi e associazioni.

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Finora la villa ha rischiato di essere messa a disposizione di privati perché da un lato rappresenta un problema di difficile gestione per l’amministrazione pubblica, dall’altro In virtù della sua localizzazione e delle sue caratteristiche il compendio ben si presta ad essere adibito a struttura turistico-ricettiva. Questa è la motivazione dell’inserimento del nostro edificio nel portale Investinitalyrealestate.comdedicato alla presentazione di offerte di investimento in immobili pubblici, di società partecipate pubbliche o partecipate pubblico-privato, destinate ad operatori italiani ed esteri. Villa Zamboni era destinata a far parte di quegli immobili pronti per una valorizzazione già definita, come palazzi storici idonei ad essere trasformati in uffici di prestigio o alberghi di “charme”. Nulla di più lontano da quello che è la storia e, soprattutto le volontà di chi la villa ha costruito e lasciato in eredità alla cittadinanza.

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Nel frattempo, nonostante i numerosi divieti di accedere alla villa e di averne cura, non siamo rimasti inermi, ma siamo riusciti a salvare il prezioso dipinto settecentesco che orna la loggia al primo piano, tramite una sottoscrizione popolare. Abbiamo anche continuato a mantenere vivo tra i nostri concittadini il desiderio di vedere rinascere la nostra villa.

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Infine, la mancanza di adesione d’investitori privati, unitamente alla proposta da parte dell’amministrazione di un progetto per una ristrutturazione bocciato in toto dalla Soprintendenza, ha reso vano questo percorso di alienazione auspicato dal Comune.

Oggi esiste un’altra proposta d’immissione della villa in un fondo immobiliare per consentire di coprire le spese di un nuovo polo scolastico: una soluzione che non è economicamente efficace e non tiene conto né del vincolo né della volontà popolare. I nostri concittadini si sono, infatti, chiaramente espressi sia nella raccolta di firme per mantenere pubblica la villa che nella sottoscrizione pubblica per finanziarne il restauro.

Cosa proponiamo?

Innanzitutto abbiamo individuato nella forma della Fondazione di partecipazione lo strumento per chiedere in concessione e in seguito gestire la villa.

La fondazione di partecipazione è un modello di figura giuridica atipica perché da un lato concede la possibilità di gestire il proprio patrimonio come una società, dall’altro si differenzia dal mondo imprenditoriale classico sia per la cooperazione prevista nel suo interno tra pubblico e privato, sia per le finalità che riguardano iniziative culturali e di rilevanza sociale, senza fini speculativi.

Nel nostro caso, entrerebbe a fa parte della fondazione il Comune, che è anche il proprietario della villa, assieme a imprenditori selezionati, banche, associazioni e singoli cittadini tramite il lancio di un azionariato popolare.

Nel progetto sono previste attività di formazione in campo culturale e artistico, di supporto all’artigianato di qualità e di educazione alimentare.

Prevediamo spazi dedicati alle associazioni della nostra città, ai singoli cittadini e a un turismo di qualità, comprendendo anche un ostello dedicato soprattutto ai cicloturisti.

Si vorrebbe, infatti, che la villa fosse in grado di gestirsi senza ricevere contributi pubblici e, nello stesso tempo, creando spazi e nuovi posti di lavoro, dedicati soprattutto ai giovani.

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Radici e Rami

Se un albero scrivesse l’autobiografia, non sarebbe diversa dalla storia di un popolo. Khalil Gibran

Gli alberi crescono e conservano in eguale misura radici e chioma: le une lo radicano fortemente al terreno rendendolo stabile, i rami e le foglie consentono lo scorrere della linfa, la crescita e lo sviluppo del futuro. Le radici tengono saldo il legame con la Terra, i rami tendono verso il Cielo accogliendo e sfamando le creature che lo scelgono come rifugio.

Finora ci siamo occupati della nostra storia: abbiamo evitato che il ricordo delle vite trascorse si perdesse nell’oblio e nell’abbandono. Abbiamo seguito il loro lungo e tortuoso percorso ed è stata una sorpresa: le storie che si sovrappongono e s’intrecciano sono entrate a fa parte della nostra Famiglia e sono di stimolo e di supporto al futuro della villa e della nostra Città.

Come con un vecchio tronco abbandonato, abbiamo evitato che la nostra villa morisse nell’abbandono totale, ma ora dobbiamo occuparci dei germogli, della crescita nuova e rigogliosa dei rami. Serve dare vigore al terreno e, con la nostra presenza, vegliare sullo sviluppo iniziale dei nuovi getti affinché l’organismo rifiorisca e sia in grado di crescere da solo e in armonia, con esiti che saranno sicuramente al di sopra delle nostre aspettative.

Conservatori dell’album di famiglia, giardinieri: questo il nostro presente. Il futuro dipenderà dalla benevolenza delle stagioni, ma sarà la nostra costanza e dedizione a far sì che il progetto cresca, si sviluppi e porti frutto.

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