Uno dei principali precursori della Land Art (chiamata in italiano anche “arte del territorio”) è stato un inglese, Richard Long, che cominciò a progettare opere che prevedessero interventi dell’artista sul paesaggio e realizzando realmente tali opere.

E se l’opera era quasi sempre impossibile trasportarla in un museo e quindi difficilmente visibile, negli spazi chiusi veniva documentata con fotografie, schizzi, progetti, materiali e perfino con video e documentari.

Negli anni settanta vengono realizzate le opere più famose e monumentali in America come il molo a spirale di Robert Smithson, costruito in un lago salato dello Utah e il “Doppio negativo” di Michael Heizer, situato nel deserto del Nevada.

La Land Art conosce quindi un grande sviluppo e notorietà e sbarca anche in Europa.

Nel 1970, per esempio, Christo, artista che impacchetta luoghi e edifici di grandi dimensioni con chilometri di teli di plastica, è a Milano, dove realizza il celebre impacchettamento del monumento della piazza del Duomo. Nel 1976 Richard Long, alla Biennale di Venezia, presenta “Scultura in pietra”, una composizione di pietra che poste geometricamente sul pavimento del padiglione attraversano più sale ed escono addirittura fuori dallo spazio chiuso, continuando all’esterno.

Nella Land art gli artisti intervengono sul paesaggio naturale.

Essi escono dallo spazio conforme alla tradizione della galleria o del museo e modificano direttamente lo spazio macroscopico della natura.

La particolarità è che l’intervento che si fa sulla natura non ha un fine ornamentale o edonistico ma è una presa di coscienza dell’azione umana, su spazi che possiedono un certo ordine naturale e che da tale intervento sono modificati.

C’è inoltre il desiderio, da parte degli artisti, dopo aver fatto i conti con una civiltà tecnologica incalzante che ha ormai da tempo sconvolto il rapporto uomo-natura, di far ritorno all’oggetto naturale o perlomeno sottratto da tale ambito.

Secondo alcuni ci sarebbero due tendenze all’interno di questo movimento: una più europea che è basata più su una concezione “archeologica” della Land art.

L’altra invece, americana, che traspone all’esterno del museo, all’aperto, l’estetica e la poetica della Minimal Art.

La prima, quella archeologica, è portata avanti soprattutto dall’inglese Richard Long che trasporta la dimensione mentale umana organizzata nel divenire antropico della natura, recuperando, attraverso labirinti, cerchi e figure fatte di pietra, la dimensione rituale e preistorica dell’uomo.

Alla base di molte sue opere c’è un percorso, una passeggiata in mezzo alla natura, il suo cammino è diventato la sua particolare tecnica artistica e le tracce che ne rimangono sono gli appunti di viaggio, le fotografie, le pietre, i legni sottratti, oggetti che poi ritroviamo assemblati all’interno di esposizioni, in musei e gallerie.

La Land art americana, invece, propone la monumentalità geometrica della minimal art in versione gigantesca, con “sculture” realizzate all’aperto in grandi spazi quali deserti, canyon, isole e montagne.

Resta comunque alla Land Art il merito di aver attuato, mediante l’intervento sul paesaggio, una riflessione sull’uomo, sulla natura e sul tempo.